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Premio Campiello a Roberto Andò
Roma, 25 maggio – Il regista Roberto Andò ha vinto il Premio Campiello Opera Prima per il romanzo “Il trono vuoto” (edito da Bompiani), che racconta la crisi del maggiore partito d’opposizione, il calo dei consensi e le possibili alternative. Si tratta di un affresco sul nostro paese fermo sul ciglio del baratro, una favola filosofica sulla rifondazione della leadership in un paese malato.
Un romanzo sulla politica - nel solco della grande tradizione letteraria dei vari Sciascia e Volponi - su ciò che dalla politica viene rimosso, il legame con le oscurità della psiche, il suo debito, negato, con i misteri della vita. Il trono vuoto è una fuga visionaria nel cuore malato della politica italiana, nella sua latitanza. Il segretario del partito, Enrico Oliveri, dopo un annuncio catastrofico di sondaggi d’opinione, d’improvviso scompare. Si è segretamente rifugiato nell’appartamento parigino dove vive la sua vecchia amica Danielle con il marito Mung, celebrato regista, e la piccola Helen, la loro figlia.
A Roma, la sua eminenza grigia, Andrea Bottini e la moglie, Anna, continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga e sulla possibile identità di un eventuale complice. E’ Anna a evocare a questo proposito il fratello gemello del segretario, Giovanni Ernani, un filosofo geniale segnato dalla depressione bipolare. Andrea decide di incontrarlo e ne resta talmente soggiogato da iniziare a vagheggiare un progetto che ha la trama vertiginosa di un azzardo: farne il sostituto dello scomparso. Ernani sale sul palco e parla una lingua diversa, colpisce, sorprende. Qualcuno inizia a sperare di nuovo.
E’ l’inizio di un misterioso e irresistibile passo a due, in cui s’intrecceranno il pubblico e il privato di un uomo politico, e a sdoppiarsi, oltre ai due segretari - il vero e il falso - saranno le loro due vite, ambiguamente confuse nel talento, e nell’amore per la stessa donna, in un match a distanza la cui posta in gioco è la verità e la finzione del potere.
Andrea Camilleri, su“Il Sole24 Ore” l’ha definito “Un gran bel romanzo, soprattutto perché si riscontra una profonda felicità nell'averlo scritto: felicità che si trasmette al lettore. Un libro godibile e nello stesso tempo - un piccolo miracolo - un romanzo impegnato, o come si usava dire una volta, un romanzo di impegno civile, che è fatto di equivoci, di persone che scompaiono e ricompaiono, di amori fugaci, di incontri, ma i cui protagonisti si occupano di una materia di cui non si parla mai nei romanzi italiani: la politica”.
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