18/05/2013
 
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  I fratelli Coen e le loro radici ebraiche in A serious man
 
  «L’ambientazione ci appartiene, ma il film non è autobiografico», dicono i registi, al Festival di Roma fuori concorso.
 
  Roma, 22 ottobre (Fr. Palm. ) – «E' un film profondamente americano che racconta la cultura a cui apparteniamo, quella degli anni '60. E’ incentrato sugli ebrei e su una precisa comunità, in cui siamo cresciuti, ma a parte l’ambientazione non c’è nulla di autobiografico»: lo precisano subito Joel ed Ethan Coen, cordiali ma di poche parole davanti ai giornalisti del Festival di Roma, dove hanno presentato - fuori concorso - la tragicommedia A serious man, nelle sale dal 4 dicembre con Medusa («E’ la nostra risposta ai classici film di Natale», sottolinea il vicepresidente e amministratore delegato Giampaolo Letta). La pellicola, accompagnata da un breve prologo in yiddish, racconta la storia di Larry (Michael Stuhlbarg), un professore universitario che vive a Minneapolis, la cui vita tranquilla improvvisamente viene messa a dura prova: la moglie (Sari Lennick) gli chiede il divorzio perché ha un’altra relazione, il suo posto di lavoro è a rischio per alcune lettere anonime scritte contro di lui, suo fratello (Richard Kind) è un disoccupato che ormai occupa stabilmente il suo divano di casa, suo figlio Danny (Aaron Wolff) occupa il tempo fumando marijuana e ascoltando la musica dei Jefferson Airplane, mentre sua figlia Sarah (Jessica McManus) non ha interessi, solo col pensiero di lavarsi i capelli ogni giorno e rifarsi il naso. In questa situazione difficile, l’uomo si rivolge a tre rabbini diversi, per trovare fede e consigli, ma riceverà parole che non l’aiuteranno molto...
«L'essere ebrei è una parte enorme della nostra identità – affermano i registi – Per i personaggi, ci siamo ispirati a gente che abbiamo davvero conosciuto nel tempo, combinando le diverse caratteristiche. Per il rabbino, ci ispirati ad uno che conoscevamo da bambini, un autentico saggio, uno Yoda. Non diceva mai nulla, ma era molto carismatico». E com’è stato accettato il film dalla comunità ebraica? «Avevamo un po’ paura della reazione, quella americana è sensibile a come viene descritta dai media. Per adesso, però, i commenti sono stati positivi e se gli ebrei più ortodossi non vanno mai al cinema, gli altri l'hanno presa in modo migliore di come ci aspettavamo». Quanto al pessimismo che pervade anche questo film, dicono: «Forse è vero che è presente in tutto il nostro cinema, ma è difficile da descrivere. La sensibilità del Mid West è sicuramente meno cosmopolita rispetto a quella degli altri americani, come Woody Allen ad esempio». Per loro, il regista di Crimini e misfatti ha «una sensibilità ebraica tipicamente newyorkese, diversa da quella della nostra pellicola». E se Michelangelo Antonioni «fosse cresciuto a Minneapolis», aggiungono, «chissà come sarebbero andate le cose». Inoltre, ai registi non interessa dare ai propri film l’etichetta di commedia o dramma: «Ci pensa il pubblico a decidere il genere, noi ci concentriamo sul racconto».